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In questa sezione vengono raccolte novità legislative ed alcune delle più recenti ed interessanti pronunce giurisprudenziali in materia di diritto penale.

Gli articoli sono accompagnati da un breve commento finalizzato ad un agile approfondimento delle tematiche trattate.

 

POSIZIONE DI GARANZIA

Corte di Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 2-31 luglio 2013 n. 33206

" In caso di incidente che si ipotizzi provocato dal difetto di manutenzione della strada (nella specie, si trattava delle lesioni subite da un passante a seguito di una caduta in strada, asseritamente provocata dalle condizioni in cui si trovava un pozzetto per la raccolta delle acque stradali posto sul marciapiede), l'addebito a carico del responsabile del dipartimento dei lavori pubblici del comune non può essere fondato solo sulla base del dato formale della titolarità della "posizione di garanzia", occorrendo invece una puntuale verifica in ordine alle effettive mansioni ricoperte e alle responsabilità immediatamente riferibili al medesimo soggetto nell'ambito dell'organizzazione complessa ove anche altri soggetti risultino funzionalmente destinati al controllo e all'intervento sullo stato delle strade e dei marciapiedi comunali".

Con la sentenza in esame il Supremo Consesso affronta la tematica degli incidenti stradali riconducibili ad omesse o difettose manutenzioni della strada.

Alla luce del principio enunciato, per il concreto addebito di responsabilità non è sufficiente affermare l'esistenza di una posizione di garanzia, occorrendo per contro un'attenta disamina in ordine alle cause dell'occorso ed al contenuto della colpa. In altre parole, dovrà essere verificata l'esistenza di un'insidia o di un trabocchetto inevitabile con l'uso della normale diligenza e ritenuta sussistente la c.d. colpa in concreto, che presuppone tanto la violazione - da parte del titolare della posizione di garanzia - della regola cautelare quanto la prevedibilità/evitabilità dell'evento dannoso da parte dello stesso. In quest'ottica, sarebbe necessario inoltre valutare se un comportamento diligente avrebbe o meno evitato l'evento dannoso.

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ATTI PERSECUTORI

Corte di Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 23 maggio - 14 novembre 2013 n. 45648

" In tema di atti persecutori, anche due sole condotte in successione tra loro, pur se intervallate nel tempo, bastano a integrare il concetto di 'reiterazione' della condotta contenuto nell'articolo 612-bis, comma 1, del Codice Penale".

Con la sentenza in esame il Supremo Consesso ribadisce che, per la configurazione del requisito della "reiterazione" delle condotte di minaccia o molestia rilevanti per integrare il proprium dell'elemento oggettivo dello stalking, bastano anche "due soli" episodi di molestia o minaccia.

La Corte di Cassazione ha inoltre precisato che il reato di atti persecutori non è concettualmente escluso da condotte moleste reciproche, fermo restando che in tale ipotesi il Giudice sarà tenuto ad un più accurato onere di motivazione in ordine alla sussistenza dell'evento di danno.

Di notevole rilievo un'ulteriore osservazione della Corte: per l'intergrazione del reato non si richiederebbe l'accertamento di uno stato patologico, da riscontrarsi con certificazione sanitaria, in capo alla vittima (quale ad esempio una sindrome ansioso depressiva attestata da cerificato medico), essendo sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell'equilibrio psicologico della persona offesa.

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SOSTANZE STUPEFACENTI

Corte Costituzionale - Sentenza 12 - 25 febbraio 2014 n. 32 - Stralcio

" Va dichiarata l'illegittimità costituzionale - per violazione dell'art. 77, comma 2, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge - degli articoli 4 bis e 4 vicies ter del decreto legge 30 dicembre 2005 n. 272, come convertito con modificazioni dall'articolo 1 della legge 21 febbraio 2006 n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del dpr 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo Unico in materia di stupefacenti)".

La summenzionata sentenza di illegittimità costituzionale incide sulla legge Fini-Giovanardi, nota per aver introdotto la "parificazione" del trattamento sanzionatorio delle sostanze stupefacenti con l'assimilazione tra "droghe pesanti" e "droghe leggere".

Il principio costituzionale violato è stato individuato nell'articolo 77, secondo comma, della Costituzione, essendosi evidenziato il "difetto di omogeneità, e quindi di nesso funzionale, tra le disposizioni del decreto legge e quelle impugnate, introdotte nella legge di conversione", fermo restando che la Corte non ha censurato il "merito" della determinazione legislativa.

A seguito della predetta pronuncia di incostituzionalità, dovrà applicarsi la disciplina dei reati sugli stupefacenti contenuta nel D.p.r. n. 309 del 1990 nella versione precedente al 2006, ossia nel testo introdotto dalla legge Vassalli-Iervolino: il sistema tabellare di riferimento sarà quindi quello anteriore alla Fini-Giovanardi, con conseguente distinzione tra "droghe pesanti" (tabelle I e III) e "droghe leggere" (tra cui si annoverano la cannabis e i suoi derivati - tabelle II e IV).

Si torna, in definitiva, alla distinzione sanzionatoria basata sulla natura della sostanza stupefacente, con sensibili differenze di pena.

Allo stato fa tuttavia eccezione il fatto di "lieve entità". Con la legge 21 febbraio 2014 n. 10, infatti, è stato convertito il decreto legge 23 dicembre 2013 n. 146, che ha trasformato in una fattispecie autonoma di reato il fatto di lieve entità di cui al comma 5 dell'articolo 73 del D.p.r. n. 309 del 1990; per tale fattispecie, dunque, il trattamento sanzionatorio rimane identico e non differenziato.

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ESERCIZIO ARBITRARIO DELLE PROPRIE RAGIONI / ESTORSIONE

Corte di Cassazione - Sezione II penale - Sentenza 4-19 dicembre 2013 n. 51433

"Qualora il soggetto abbia agito con l'intento di esercitare un preteso diritto, tutelabile davanti all'autorità giudiziaria, è ravvisabile il reato di esercizio arbitrario dlele proprie ragioni (articolo 393 del Cp), senza che l'intensità e/o la gravità della violenza o della minaccia utilizzata possano indurre a qualificare il fatto a titolo di estorsione (articolo 629 del Cp)" (da queste premesse, in una fattispecie in cui risultava che l'agente aveva agito per soddisfare una propria pretesa, giudizialmente azionabile, volta a ottenere il pagamento di spettanze lavorative arretrate, la Corte ha ritenuta la fattispecie dell'esercizio arbitrario e non quella dell'estorsione, ravvisata invece, in sede cautelare di merito, in ragione dell'intensità e gravità della condotta minatoria, sostanziatasi nell'avere cosparso di benzina l'autovettura della controparte e nell'avergli fatto trovare vicino una bottiglia contenente liquido infiammabile).

Con la pronuncia in commento la Suprema Corte si sofferma sulla distinzione tra il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con minaccia alla persona ed il reato di estorsione.

Ebbene, il discrimine viene individuato non tanto nella materialità del fatto, che può essere identica, bensì nell'elemento intenzionale: mentre, infatti, nell'estorsione l'agente mira a conseguire un ingiusto profitto con la consapevolezza di pretendere qualcosa di non dovuto, nell'esercizio arbitrario il soggetto agisce al fine di esercitare un suo preteso diritto, con la convinzione che quanto vuole gli compete.

Secondo la pronuncia sopra riportata, dunque, ciò che qualifica il reato di esercizio arbitrario non è tanto la qualità, più o meno intensa, della violenza e/o della minaccia, bensì il fatto che l'agente abbia agito con il fine specifico di far valere un suo preteso diritto, astrattamente tutelabile avanti l'autorità giudiziaria.

Per contro, l'estorsione sarà configurabile anche nei casi in cui la violenza e/o la minaccia non siano eccessivamente gravi e intense, purchè l'agente abbia inteso far valere un suo preteso diritto per il quale non poteva ricorrere al giudice.

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VIOLENZA SESSUALE

Corte di Cassazione - Sezione III Penale - Sentenza 12 febbraio - 4 marzo 2014 n. 10248

"Configura il reato di violenza sessuale, anche l'atto concretatosi in un bacio o in un abbraccio, purchè sintomatico di una compromissione della libera determinazione del soggetto passivo. Un tale accertamento, tuttavia, esigerà una valutazione concreta del caso, da porsi in essere alla luce della condotta complessiva, del contesto in cui l'azione è svolta, dei rapporti tra le persone coinvolte, e di ogni altro elemento utile".

Come evidenziato dalla pronuncia in commento, integra il reato di violenza sessuale anche l'atto sessuale concretatosi esclusivamente in un bacio o in un abbraccio, purchè sia sintomatico di una compromissione della libera determinazione sessuale del soggetto passivo.

Per ritenere integrato il reato di violenza sessuale risulterà fondamentale accertare l'esistenza della coscienza e volontà del reo di compiere un atto invasivo e lesivo della libertà sessuale della persona non consenziente, restando irrilevante il fine perseguito; accanto a tale requisito soggettivo, dovrà essere attentamente vagliata la sussistenza del c.d. requisito oggettivo, consistente nella concreta idoneità della condotta a compromettere la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo nella sfera sessuale.

In presenza di tali elementi il reato potrà dirsi pacificamente configurato, anche nell'ipotesi in cui l'agente non ottenga il soddifacimento sessuale.

Alla luce del principio enunciato dalla Suprema Corte, al fine di valutare la sussistenza del reato non risulteranno determinanti nè la tipologia di atto posto in essere (che dunque potrà essere più o meno invasivo) nè lo spercifico fine avuto di mira dall'agente; dovrà essere esaminato, piuttosto, il caso concreto in tutte le sue sfacettature, in quanto lo studio del contesto in cui l'azione si è svolta, della personalità delle parti e dei rapporti tra queste intercorrenti permetterà al giudice di ritenere o meno sussistente l'indebita compromissione della libera determinazione del soggetto passivo.

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INDUZIONE INDEBITA

Corte di Cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 1 aprile - 3 luglio 2014 n. 28978

"Il reato di induzione indebita (art. 319-quater C.p. introdotto dalla legge 6 novembre 2012 n. 190), si caratterizza, dal punto di vista della condotta, come persuasione, suggestione, inganno (purchè quest'ultimo non si risolva in induzione in errore sulla doverosità della dazione), e si manifesta, pertanto, sotto la forma di una pressione morale, con un più tenue valore condizionante rispetto alla libertà di autodeterminazione del destinatario, il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce con il prestare acquiescienza alla richiesta della prestazione non dovuta, perchè motivato dalla prospettiva di conseguire un indebito tornaconto personale, il che lo pone in una posizione di complicità col pubblico agente e lo rende meritevole di una, pur meno grave, sanzione a suo carico".

La Cassazione si sofferma sulla distinzione tra la concussione (art. 317 C.p.) e la nuova figura della induzione indebita a dare o promettere utilità (art. 319 quater C.p.).

La sentenza in esame richiama i principi recentemente espressi dalle Sezioni Unite, secondo cui sarebbe il "vantaggio indebito" per il privato a qualificare la fattispecie induttiva e a giustificarne la punizione: egli, benchè libero di accedere o meno alla richiesta indebita, accetta per poter ottenere un vantaggio non dovuto (es. scongiurare una denuncia, un sequestro, assicurarsi un trattamento di favore ecc...).

Mentre, quindi, nel caso della concussione il privato è vittima di una vera e propria costrizione, il quanto il pubblico ufficiale lo pone di fronte all'alternativa secca di accettare la pretesa o subire un pregiudizio ingiusto, nel caso della induzione indebita il pubblico ufficiale, abusando della sua qualità o del suo potere, formula la propria pretesa ponendola come condizione per il compimento o il mancato compimento di un atto da cui il privato destinatario della pretesa trae direttamente un "vantaggio indebito", il cui perseguimento finisce per diventare la ragione principale della sua decisione.

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GUIDA IN STATO DI EBBREZZA

Corte di Cassazione – Sezioni Unite Penali – Sentenza 29 gennaio – 5 febbraio 2015 n. 5396

"La nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all'esame alcolimetrico, della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in violazione dell'art. 114 delle disposizioni di attuazione del Cpp, può essere tempestivamente dedotta, a norma del comniato dipsosto degli articoli 180 e 182 comma 2, secondo periodo, del Cpp, fino al momento della deliberazione della sentenza di primo grado".

E’ noto che in tema di guida in stato di ebbrezza il c.d. “alcooltest” costituisce prova fondamentale della responsabilità del conducente, anche perché solo attraverso l’esame alcolimetrico è possibile verificare quale delle tre ipotesi previste dalle lettere a, b e c ) del comma 2 dell’art. 186 del Codice della Strada risulti integrata (l’ipotesi prevista dalla lettera a , peraltro, costituisce illecito meramente amministrativo).

Prima di sottoporre l’interessato all’accertamento con etilometro, tuttavia, l’agente accertatore ha l’obbligo di avvisarlo della facoltà di farsi assistere da un difensore.

L’obbligo di fornire tale avviso discende dal fatto che l’accertamento alcolimetrico rientra tra gli “accertamenti urgenti” sulla persona che la polizia giudiziaria è legittimata a compiere, ricorrendo il pericolo che le “tracce pertinenti al reato” si alterino o si disperdano o comunque si modifichino.

Ma che cosa accade se l’avviso non viene fornito?

Con la sentenza in esame la Corte di Cassazione, sottolineando che l’omissione dell’avviso costituisce una nullità di ordine generale, a regime intermedio, ha precisato che:

- non può essere ravvisato, in capo al contravventore, l’onere di sollevare l’eccezione di nullità nell’immediatezza del fatto;

- conseguentemente, l’onere di eccepire la nullità derivante dal mancato avvertimento spetterà al difensore, che potrà sollevare l’eccezione entro il limite temporale della deliberazione della sentenza di primo grado, secondo il disposto degli artt. 180 e 182, comma 2, secondo periodo C.p.p..

Resta fermo che la nullità derivante dall’omissione degli avvertimenti difensivi potrebbe essere dichiarata anche d’ufficio dal Giudice, pur in assenza di espressa eccezione di parte; non sussiste, tuttavia, alcun obbligo per il Giudice di rilevare le nullità a regime intermedio rispetto alle quali la parte interessata non si sia attivata, sicchè l’eventuale sua omessa declaratoria non sarà sindacabile.

 

 

 

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OMICIDIO E LESIONI PERSONALI STRADALI

 

 

Dopo numerose dispute e discussioni è finalmente entrata in vigore la Legge 23 marzo 2016 n. 41, recante “Introduzione del reato di omicidio stradale e del reato di lesioni personali stradali, nonché disposizioni di coordinamento al decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285 e al decreto legislativo 28 agosto 2000 n. 274”.
A seguito delle modifiche introdotte da tale Legge il reato di omicidio stradale è ora contemplato dall’art. 589-bis del C.p., che, al comma 1, prevede la condotta “base” di colui che, per colpa, cagioni la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, sanzionandola con la medesima pena edittale già prevista dal comma 2 dell’art. 589 C.p. (reclusione da 2 a 7 anni).
La pena prevista per l’omicidio stradale “base” è quindi rimasta immutata rispetto alla previgente disciplina.
L’intervento più significativo ha riguardato invece la disciplina sanzionatoria dei fatti commessi da soggetti sotto l’influenza di sostanze alcoliche o stupefacenti, in quanto il legislatore ha voluto contrastare il fenomeno degli incidenti stradali commessi da persone in condizioni psico-fisiche alterate derivanti dall’abuso di tali sostanze.
E’ stata quindi introdotta, nel nuovo comma 2 dell’art. 589 bis C.p., una nuova circostanza aggravante ad effetto speciale (per la quale è prevista la pena della reclusione da 8 a 12 anni) applicabile nel caso in cui l’omicidio “stradale” sia commesso:
- da soggetto in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’art. 186, comma 2, lettera c), del Codice della Strada, ossia da soggetto nei cui confronti sia stato accertato il superamento del tasso alcolemico di 1,5 g/l;
- da soggetto sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope.
Per non essere ritenuto responsabile del reato di omicidio colposo aggravato il conducente dovrà dimostrare che, anche laddove egli si fosse trovato in condizioni non alterate, l’incidente si sarebbe verificato lo stesso per altre ragioni, a lui non imputabili e magari riconducibili esclusivamente alla condotta della vittima.
Circa le modalità per procedere all’accertamento dello stato di alterazione, non risulterebbe possibile procedere “coattivamente” ad accertamenti ematici, al di fuori delle necessità mediche, anche in presenza di un eventuale intervento dell’autorità giudiziaria; sono però consentiti coattivamente prelievi sui liquidi biologici.
Per rafforzare il contenuto sanzionatorio del nuovo delitto di omicidio stradale il legislatore ha introdotto altre aggravanti, in particolare:
- nel caso in cui il conducente sia un “professionista” si applica la pena della reclusione da 8 a 12 anni anche qualora lo stato di ebrezza sia superiore a 0,8 g/l,
- si applica la pena della reclusione da 5 a 10 anni in caso di omicidio stradale commesso da conducente di veicolo a motore che risulti in stato di ebbrezza alcolica con tasso alcolemico superiore a 0,8 g/l ma non superiore a 1,5 g/l;
- si applica la pena della reclusione da 5 a 10 anni anche al conducente che abbia cagionato la morte di una persona commettendo gravi violazioni del Codice della Strada (ad esempio superando specifici limiti di velocità, passando con il “rosso”, circolando contromano…).
Le pene sono ulteriormente aumentate se l’autore del reato non ha conseguito la patente o se gli è stata revocata o sospesa o se non ha assicurato il veicolo.
La pena è invece diminuita se l’evento non è esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole.
Se, infine, il conducente cagiona la morte di più persone, ovvero la morte di una o più persone e le lesioni a una o più persone, la pena è ulteriormente aumentata ma non può superare gli anni 18.
L’aggravamento della disciplina sanzionatoria ha riguardato anche l’ipotesi delle lesioni personali.
Il vecchio art. 590 C.p. rimane la norma di riferimento per sanzionare le lesioni stradali non gravi né gravissime.
Nel nuovo art. 590 bis C.p. è invece trasferita la disciplina delle lesioni personali gravi o gravissime, sicchè:
- qualora venga cagionata una lesione personale grave con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale si applicherà la pena della reclusione da 3 mesi a 1 anno;
- qualora venga cagionata una lesione personale gravissima con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale si applicherà la pena della reclusione da 1 a 3 anni.
Sono state poi previste aggravanti speciali speculari a quelle introdotte per l’omicidio stradale in caso di lesioni personali gravi o gravissime cagionate in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica, o commesse da conducente “professionista”, o realizzate a seguito di gravi violazioni delle norme sulla circolazione stradale; per tali ipotesi sono previsti specifici e consistenti aumenti di pena.
Come per l’omicidio stradale, anche per le lesioni personali le pene sono ulteriormente aumentate se l’autore del reato non ha conseguito la patente o se gli è stata revocata o sospesa o se non ha assicurato il veicolo.
La pena è invece diminuita se l’evento non è esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole.
Se, infine, il conducente cagiona lesioni a più persone, la pena è ulteriormente aumentata ma non può superare gli anni 7.
Un ulteriore aggravamento di pena è stato introdotto, tanto per il reato di omicidio stradale quanto per quello di lesioni personali stradali, per l’ipotesi in cui il conducente si sia dato alla fuga: in tal caso la pena è aumentata “da un terzo a due terzi” e comunque non può essere inferiore a 5 anni (in caso di omicidio) e a 3 anni (in caso di lesioni). 

E’ bene ricordare che l’omissione di soccorso si configura anche se il conducente non ha precisa contezza dell’effettivo danno procurato alla persona.
Particolarmente rigorose risultano anche le sanzioni amministrative accessorie: alla condanna o al patteggiamento per i reati di omicidio stradale o di lesioni personali gravi o gravissime consegue la revoca della patente di guida, anche nel caso in cui sia concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena; vengono introdotti, inoltre, limiti temporali rigorosi prima che l’interessato possa conseguire una nuova patente di guida.

 

 

 

 

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