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Diritto di famiglia

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In questa sezione vengono raccolte novità legislative ed alcune delle più recenti ed interessanti pronunce giurisprudenziali in materia di diritto di famiglia.

Gli articoli sono accompagnati da un breve commento finalizzato ad un agile approfondimento delle tematiche trattate.

 

FILIAZIONE - RICONOSCIMENTO

Tribunale per i minorenni di Caltanissetta - Decreto 22 novembre - 20 dicembre 2013

"E' ammissibile il riconoscimento del figlio nato da relazione incestuosa quando ciò risponda all'interesse dello stesso. Il riconoscimento di figlio incestuoso effettuato senza la necessaria autorizzazione è radicalmente viziato".

Tale provvedimento costituisce una delle prime applicazioni giurisprudenziali del nuovo art. 251 C.c., come sostituito dall'art. 1 comma 3 della Legge n. 219 del 10 dicembre 2012 n. 219.

A differenza della disciplina pre vigente (che ammetteva il riconoscimento dei figli incestuosi solo in caso di ignoranza del vincolo parentale al momento del concepimento o in caso di annullamento del matrimonio all'origine dell'affinità), il nuovo testo legislativo ammette il riconoscimento del figlio nato dall'unione naturale tra persone legate da vincolo di parentela in linea retta all'infinito, o in linea collaterale nel secondo grado, ovvero da vincolo di affinità in linea retta, ferma restando la necessità della preventiva autorizzazione giudiziale.

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SEPARAZIONE - ASSEGNI FAMILIARI

Cassazione Civile, sezione I, sentenza 23 maggio 2013 n. 12770

" Il coniuge affidatario dei figli minori in sede di separazione coniugale, acquista ex lege, ai sensi dell'art. 211 della L. 19 maggio 1975 n. 151, il diritto a percepire gli assegni familiari corrisposti per i medesimi figli all'altro coniuge in virtù del rapporto di lavoro di cui questi sia parte, in aggiunta ed indipendentemente dal tipo e dall'ammontare del contributo al mantenimento della medesima prole fissato in sede di separazione dal giudice o convenuto consensualmente, cumulandosi in ogni caso a questo. Gli assegni familiari percepiti dal coniuge onerato del contributo per il mantenimento del coniuge giudizialmente o consensualmente separato, in mancanza di una previsione analoga all'art. 211 della L. 19 maggio 1975 n. 151, spettano al lavoratore cui sono corrisposti".

La sentenza in esame riafferma il principio secondo cui il coniuge affidatario dei figli (o collocatario in affidamento condiviso, costituendo l'ipotesi dell'affidamento esclusivo una residuale eccezione) ha il diritto di percepire ex lege gli assegni familiari elergiti per loro in virtù della previsione di cui all'art. 211 della L. 151/1975.

La posizione di lavoratore beneficiario di assegni familiari per i figli, rivestita dal coniuge/genitore non affidatario o non collocatario in regime di affidamento condiviso, costituisce dunque il presupposto per l'acquisto ex lege (in capo al coniuge/genitore affidatario o co-affidatario convivente con la prole) del diritto a percepire tali assegni familiari; in tale titolarità ex lege si rinviene la ragione della cumulabilità degli assegni familiari con il contributo al mantenimento fissato dal giudice o dalle parti, in sede di separazione coniugale.

Tutt'altra è la soluzione concernente l'assegno familiare percepito dal lavoratore (o altro avente diritto) per il coniuge: in tal caso, infatti, manca una disposizione analoga a quella di cui all'art. 211 della L. 151/1975, sicchè la titolarità del beneficio spetterà sempre in capo al coniuge lavoratore onerato del mantenimento del coniuge separato.

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ASSEGNO DI DIVORZIO

Corte di Cassazione - Sezione I civile - Sentenza 12 luglio 2013 - 10 febbraio 2014 n. 2948

"La determinazione dell'assegno divorzile va effettuata verificando l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontata a un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto. A tal fine, il tenore di vita precedente deve desumersi dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall'ammontare complessivo dei loro redditi e dalle disponibilità patrimoniali". (Nella specie la Suprema Corte ha confermato la decisione di merito che aveva riconosciuto un assegno di divorzio a favore della moglie ancorchè in sede di separazione i coniugi avessero concluso un accordo a definizione di ogni rapporto economico tra gli stessi intercorrente).

Va premesso che il giudizio per il riconoscimento dell'assegno di divorzio si articola in due fasi.

Prima di tutto il Giudice deve verificare l'esistenza del diritto in astratto, ossia deve accertare la mancanza, in capo al richiedente, di mezzi tali da garantirgli un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio (ovviamente l'indisponibilità non deve essere imputabile al richiedente, nel qual caso non sussiste diritto all'assegno).

Il concetto dell'adeguatezza dei mezzi è relativo, dovendo essere valutato in riferimento al contesto nel quale i coniugi hanno vissuto durante il matrimonio e parametrato alla situazione patrimoniale totale (comprensiva di redditi, cespiti ed ogni altra utilità suscettibile di valutazione economica) del richiedente.

All'esito di tale valutazione il Giudice sarà in grado di stabilire se il richiedente abbia o meno diritto all'assegno. In caso positivo si aprirà la secoda fase, quella della quantificazione, nel corso della quale acquisteranno peso diversi criteri (come, ad esempio, le ragioni della decisione, il contributo dato da ciascun coniuge alla conduzione familiare...).

Con la sentenza in commento la Suprema Corte ha sottolineato un ulteriore importante principio: la determinazione dell'assegno divorzile è indipendentente dalle statuizioni patrimoniali operanti in vigenza di separazione dei coniugi.

Il Giudice, pertanto, non potrà negare l'assegno divorzile semplicemenete in quanto negli accordi di separazione i coniugi avevano pattuito che nessun assegno fosse versato a titolo di mantenimento dall'uno in favore dell'altro.

Sarà per contro sempre necessario procedere al confronto tra le attuali condizioni economiche dei coniugi ed il pregresso tenore di vita coniugale.

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FILIAZIONE - RISARCIMENTO DANNI DA ILLECITO ENDOFAMILIARE

Corte di Cassazione - Sezione I Civile . Sentenza 19 giugno - 22 novembre 2013 n. 26205

"La violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole non trova sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, potendo integrare gli estremi dell'illecito civile, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti; questa, pertanto, può dar luogo a un'autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 C.c. esercitabile anche nell'ambito dell'azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità".

La pronuncia in commento costituisce un significativo precedente in tema di illecito endofamiliare, avendo riconosciuto il diritto al risarcimento del danno per lesione del diritto personale alla genitorialità.

Il caso affrontato dalla Corte riguarda la vicenda di due fratelli che in età adulta avevano esperito l'azione per la dichiarazione giudiziale di paternità, chiedendo inoltre la condanna del genitore al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a causa del mancato riconoscimento.

Tanto il Tribunale quanto la Corte d'appello, accolta la domanda relativa allo status, condannavano il genitore convenuto al risarcimento dei danni non patrimoniali, la cui origine veniva individuata nel grave stato di sofferenza dei due fratelli, conseguente alla deprivazione della figura parentale paterna e alle ripercussioni sociali e personali derivanti dalla consapevolezza "di non essere mai stati desiderati come figli".

La Corte di Cassazione, rigettando il ricorso paterno, precisa che l'obbligo dei genitori di mantenere ed educare i figli sorge sin dalla nascita e discende dal mero fatto della procreazione; la statuizione giudiziale relativa alla dichiarazione di maternità o paternità è pertanto ininfluente ai fini della configurazione di tale obbligo.

Alla stregua di un recente precedente, la Corte sottolinea che la violazione dei doveri genitoriali può integrare gli estremi dell'illecito civile ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti e può quindi dar luogo ad un'autonoma azione per il risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 Codice Civile.

Affinchè la condotta omissiova sia attribuibile al genitore in termini di responsabilità, peraltro, è sufficiente la consapevolezza del concepimento, sicchè non sarà necessario acquisire la certezza assoluta della provenienza genetica del figlio, bastando per contro l'indiscussa consumazione di rapporti sessuali non protetti all'epoca del concepimento accompagnata da altri indizi convergenti che rendano verosimile la derivazione biologica del figlio.

In caso di dubbio, residuerebbe in ogni caso un onere di attivarsi per l'accertamento della paternità, non potendosi colpevolmente privare i figli della figura paterna e delle cure necessarie.

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COMPETENZA TRIBUNALE PER I MINORENNI

Tribunale per i minorenni di Brescia, 1 agosto 2013

" Nei procedimenti ai quali, ratione temporis, è applicabile l'art. 38 disp. att. come modificato dalla legge n. 219/2012, sussiste la competenza del tribunale per i minorenni sulla domanda ex art. 333 c.c., nonostante la contemporanea pendenza di un giudizio di separazione o divorzio, solo se la domanda è proposta da chi non può essere parte in quel giudizio e cioè il pubblico ministero minorile ovvero i parenti legittimati ex art. 336 C.c."

Il Tribunale per i minorenni di Brescia ha affermato la propria competenza non solo sulla domanda di decadenza dalla potestà genitoriale ma anche per i procedimenti ex art. 333 C.c. quando la domanda è proposta dal soggetto (il P.M. minorile) che non può essere parte nel giudizio di separazione.

Si tratta, a ben vedere, di una netta presa di posizione sulla controversa interpretazione del recentemente riformato art. 38 disp. att. c.c. ai sensi del quale, pur permanendo la competenza del tribunale specializzato, per i procedimenti ex art. 333 C.c. la competenza "resta esclusa" nelle ipotesi in cui "sia in corso, tra le stesse parti, giudizio di separazione o divorzio" ed inoltre che "per tutta la durata del processo", la competenza anche per i provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo dell'art. 38 (tra le quali l'art. 330 C.c.) "spetta al giudice ordinario".

L'inciso "stesse parti" contenuto nella norma consente quindi di affermare che la competenza del tribunale ordinario sussiste solo quando le parti del giudizio de potestate siano gli stessi coniugi che si confrontano per la separazione o il divorzio, mentre la competenza del tribunale per i minorenni continua a sussistere ogni qualvolta le parti non siano le stesse, ossia nell'ipotesi in cui l'azione sia stata proposta nei confronti del genitore abusante da un parente o dal procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni.

Il giudice minorile di Brescia, dunque, ha ritenuto che la pronuncia di decadenza dalla potestà resti a tutt'oggi una competenza del tribunale per i minorenni pur nella pendenza di un giudizio di separazione o divorzio, e che non potendo il pubblico ministero minorile partecipare ai giudizi presso il tribunale ordinario, il giudizio ivi instaurato si debba considerare come non pendente "tra le stesse parti" rispetto al processo minorile promosso dal P.M., così come non vi è identità di parti quando il giudizio è promosso dai parenti legittimati ex art. 336 C.c..

Controversa è poi la questione se la nuova formulazione dell'art. 38 disp. att. C.c. abbia effettivamente attribuito al giudice ordinario investito del giudizio di separazione o divorzio - ovvero di affidamento dei figli in genere - la competenza a dichiarare la decadenza dalla potestà-responsabilità genitoriale.

Ebbene, la Suprema Corte, pronunciandosi poco dopo la riforma (Cass. 27.02.2013 n. 4945), ha osservato che rientrano nella competenza del giudice specializzato soltanto le domande finalizzate ad ottenere i provvedimenti di decadenza dalla potestà genitoriale mentre rientrano nella competenza del tribunale ordinario, in sede di separazione personale dei coniugi, le pronunzie di affidamento dei minori nonchè le modalità di affidamento. Nè vale a spostare la competenza presso il tribunale per i minorenni l'allegazione di un grave pergiudizio per i figli minori, se tale deduzione non è intesa ad ottenere un provvedimento ablativo della suddetta potestà.

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FILIAZIONE - MANTENIMENTO

Tribunale di Roma - Sezione I civile - Sentenza 7 marzo - 1 aprile 2014 n. 7400

"L'esistenza degli obblighi previsti dagli articoli 148, 315 bis e 316 bis del C.c. si riconnette al solo fatto della procreazione, a prescindere dal riconoscimento formale dello status. L'azione di regresso del genitore che abbia provveduto da solo al mantenimento del figlio e quella di concorso negli oneri di mantenimento può essere azionata nei confronti dell'altro genitore a prescindere da una pronuncia sullo status passata in giudicato. La prescrizione dell'azione decorre da ogni singola spesa effettuata e il termine è quello decennale non vertendosi in tema di alimenti ma di regresso in materia di obbligazioni solidali".

La sentenza in esame si pone in netto contrasto con l'indirizzo giurisprudenziale affermato in materia dalla Corte di Cassazione, secondo cui la prescrizione del diritto al rimborso pro quota delle spese di mantenimento, sostenute dal genitore che se ne è fatto interamente carico, comincia a decorrere dalla data in cui è stata definitivamente accertata la filiazione dell'altro genitore ovvero dal giorno del riconoscimento che quegli abbia effettuato.

Le conclusioni della Corte in tema di prescrizione dell'azione di regresso non convincono tuttavia il Tribunale di Roma, attesa la natura dichiarativa e l'efficacia retroattiva della pronuncia di accertamento della filiazione.

Secondo il Tribunale di Roma, non esiste un limite giuridico all'esercizio dell'azione in capo al genitore adempiente (tale da impedire il decorso della prescrizione), atteso che costui ben potrebbe agire in via principale per il credito di rimborso o per il contributo di mantenimento e far accertare incidenter tantum il fatto procreativo quale titolo dell'azione.

Se l'indirizzo inaugurato dal Tribunale di Roma dovesse avere largo seguito, le conseguenze pratiche sarebbero di notevole importanza: se in passato il genitore che per primo aveva riconosciuto il figlio (sobbarcandosi in toto il suo mantenimento) poteva scegliere di agire in regresso anche a distanza di molti anni dalla nascita, ora il genitore che voglia agire per il rimborso della quota a carico dell'altro dovrà farlo entro i dieci anni dalle singole prestazioni di mantenimento.

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APRILE 2015: APPROVATO DALLA CAMERA IL TANTO ATTESO "DIVORZIO BREVE"

Il 21 Aprile 2015 la Camera dei Deputati ha dato il via libera al d.d.l. che introduce in Italia il c.d. "divorzio breve".

Ecco le principali novità della riforma:

- dopo la separazione non sarà più necessario attendere tre anni per procedere al divorzio; in caso di separazione giudiziale, infatti, il predetto termine viene ridotto a 12 mesi mentre in caso di separazione consensuale i coniugi potranno procedere al divorzio dopo solo 6 mesi;

- viene anticipato anche il momento dello scioglimento della comunione dei beni: tale momento decorrà dall'autorizzazione da parte del Presidente del Tribunale a vivere separati ovvero dalla sottoscrizione del verbale di separazione consensuale.

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PERDITA ASSEGNO DIVORZILE IN CASO DI CONVIVENZA MORE UXORIO

Corte di Cassazione - Sezione I Civile - Sentenza 22 gennaio - 3 aprile 2015 n. 6855

" Una famiglia di fatto, espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole da parte di uno dei coniugi, eventualmente potenziata dalla nascita di figli (circostanza che esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l'altro coniuge) deve essere necessariamente caratterizzata dalla assunzione piena di un rischio, in relazione alle vicende successive della famiglia di fatto, mettendosi in conto la possibilità di una cessazione del rapporto tra conviventi. Deriva da quanto precede, pertanto, che la stabile convivenza, tale da dare luogo a una vera e propria famiglia di fatto, da parte della moglie, separata e poi divorziata, con un altro uomo esclude il sorgere, in favore di questa, del diritto a un assegno di divorzio a carico del marito anche nell'eventualità in cui nelle more del giudizio di divorzio venga meno l'apporto economico del convivente".

Tale pronuncia rappresenta l'ennesima valorizzazione, sul piano giuridico, delle convivenze more uxorio (ossia delle convivenze di fatto tra persone non sposate che tuttavia si comportano, nei loro rapporti e nei confronti di terzi, come marito e moglie).

La giurisprudenza precedente era ancorata su alcuni punti fermi: tra questi vi era quello secondo cui l'assegno di divorzio stabilito in favore di un coniuge cessava solo qualora quest'ultimo passava a nuove nozze, non rilevando l'instaurazione di una mera convivenza more uxorio.

Conseguentemente, il marito obbligato a corrispondere un assegno divorzile in favore della moglie si vedeva costretto a versare l'assegno anche se l'ex moglie instaurava una stabile convivenza con un nuovo compagno; solo nel caso in cui la convivenza si fosse tramutata in matrimonio, l'obbligo a carico del precedente marito sarebbe venuto meno.

L'idea alla base di tale assunto era la seguente: una convivenza more uxorio non fa sorgere obblighi di mantenimento e non presenta la stabilità giuridica del matrimonio, sicchè non veniva ritenuta sufficiente per la cessazione dell'obbligo di corresponsione dell'assegno divorzile.

La sentenza in esame ha scardinato tale lettura, valorizzando le nuove realtà giuridiche e sociali.

Se, infatti, è innegabile che le convivenze more uxorio non forniscono le stesse tutele del matrimonio, è altrettanto vero che chi sceglie di intraprendere stabilmente una convivenza con un nuovo partner instaura, di fatto, una nuova famiglia, con conseguente nascita di reciproci diritti di assistenza morale e materiale.

In sostanza: se due persone convivono more uxorio significa che le stesse, pur non essendo sposate, si comportano, nei loro reciproci rapporti, come marito e moglie.

Di fronte alla creazione di una convivenza stabile e duratura tra un coniuge divorziato ed un nuovo partner, dunque, l'altro coniuge ben potrà essere esonerato dall'obbligo di corrispondere l'assegno di divorzio, anche nel caso in cui tale convivenza non sfoci in un nuovo matrimonio.

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MATRIMONIO VALIDO ANCHE SE IL CONIUGE HA CAMBIATO SESSO

Corte di Cassazione - Sezione I Civile - Sentenza 21 aprile 2014 n. 8097

Se uno dei due coniugi di una coppia eterosessuale cambia sesso, i diritti e i doveri derivanti dallo status del rapporto matrimoniale restano validi. Almeno fino a quando il legislatore non interverrà con una norma ad hoc per disciplinare tali casi.

La Cassazione, applicando la sentenza 170/2014 della Corte Costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità del cosiddetto divorzio forzato, ha così accolto il ricorso di una coppia che, in seguito al cambio di sesso di uno dei coniugi, si era vista dichiarare cessati gli effetti civili del matrimonio su richiesta del Viminale.

Per i giudici, tuttavia, tale conclusione non determina "l'estensione del modello di unione matrimoniale alle unioni omoaffettive".

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LE CONDIZIONI PER L'OTTENIMENTO DELL' ASSEGNO DI DIVORZIO

Corte di Cassazione - Sezione I Civile - Sentenza 09 giugno 2015 n. 11870

"L'accertamento del diritto all'assegno divorzile si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice verifica l'esistenza del diritto in astratto, in relazione all'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, mentre nella seconda procede alla determinazione in concreto dell'ammontare dell'assegno, che va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonchè del reddito di entrambi, valutandosi tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio. Nell'ambito di questo duplice accertamento assumono rilievo, sotto il profilo dell'onere probatoprio, le risorse reddituali e patrimoniali di ciascuno dei coniugi, quelle effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, nonchè le rispettive potenzialità economiche".

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte ha confermato la sentenza di merito che aveva negato il diritto all'assegno alla richiedente, non avendo quest'ultima fornito alcuna prova dell'oggettiva impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per conseguire un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio.

Nella vicenda in oggetto una donna, in sede di divorzio, aveva richiesto la corresponsione di un assegno mensile in suo favore poichè priva di lavoro e quindi incapace di mantenere un tenore di vita pari a quello goduto in costanza di matrimonio.

La Suprema Corte, tuttavia, ha rigettato la richiesta della donna.

E' vero che, in base alla Legge 898/1970, l'accertamento del diritto all'assegno divorzile va effettuato verificando l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio; in sostanza, un coniuge potrà avere diritto a tale assegno qualora venga accertato che non è in grado di mantenere, con i propri mezzi, detto tenore di vita.

Nel caso in esame la Cassazione ha rigettato la richiesta di assegno presentata dall'ex moglie poichè quest'ultima, pur affermando di aver sempre fatto la casalinga e di essere disoccupata, non ha fornito alcuna prova inerente all'impossibilità oggettiva di procurarsi mezzi adeguati per mantenere il precedente tenore di vita.

Il mero stato di disoccupazione, quindi, non è stato ritenuto sufficiente, in quanto la donna non ha dimostrato l'esistenza di una impossibilità oggettiva al reperimento di un'attività lavorativa che, se svolta, le avrebbe consentito di procurarsi da sola i mezzi adeguati al proprio sostentamento.

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OBBLIGO DI MANTENIMENTO DEI FIGLI MINORI

Corte di Cassazione, Sezione I Civile, 19 febbraio 2016 n. 3332

Come noto l'obbligo di mantenere i figli sorge ex lege con la nascita ed è a carico di entrambi i genitori in funzione della loro capacità contributiva, quando il figlio minore sia stato riconosciuto contestualmente da entrambi.

Qualora il rapporto di filiazione sia stato solo successivamente accertato giudizialmente, per la fase anteriore al riconoscimento la misura del rimborso delle spese sostenute dal solo genitore che se ne sia fatto carico si fonda sulla natura solidale dell'obbligo di entrambi i genitori ai sensi degli artt. 148 e 261 C.c. e sul corrispondente diritto di regresso, per la corrispondente quota, in base alle regola previste per i condebitori solidali.

Il diritto di rimborso pro quota sorgerà in favore del genitore che ha sostenuto tutte le spese tenendo conto degli esborsi sostenuti o verosimilmente sostenibili; la parte creditrice, considerata la natura del credito ed il suo fondamento, costituzionale e convenzionale, non sarà quindi tenuta a fornire il riscontro minuto delle spese versate.

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LA LEGGE CIRINNA'

La legge “Cirinnà” si divide in due “capi”: uno riservato alle unioni omosessuali e l’altro esteso anche alle coppie eterosessuali.
Per quanto concerne le coppie omosessuali, queste d’ora in avanti potranno scegliere tra le seguenti opzioni:
- rimanere coppie di fatto senza alcun legame rilevante dal punto di vista giuridico;
oppure
- unirsi civilmente, con conseguente nascita di un insieme di diritti e doveri per la gran parte identici a quelli previsti nell’ambito del matrimonio;
oppure
- regolare il proprio rapporto con specifici accordi, applicando la disciplina prevista dalla legge per i “conviventi di fatto”.
Le coppie eterosessuali invece potranno scegliere di:
- rimanere coppie di fatto senza alcun legame rilevante dal punto di vista giuridico;
oppure
- sposarsi con rito civile religioso, con conseguente nascita di tutti i diritti e doveri previsti nell’ambito del matrimonio;
oppure
- regolare il proprio rapporto con specifici accordi, applicando la disciplina prevista dalla legge per i “conviventi di fatto”.
In sostanza, la nuova legge ha introdotto un istituto applicabile alle coppie omosessuali in grado di garantire alle stesse un insieme di diritti (ma anche di doveri) analoghi a quelli previsti per le coppie sposate.
La parte dedicata ai “conviventi di fatto” riguarda invece sia le coppie omosessuali che quelle eterosessuali: si tratta, in pratica, di una soluzione “cuscinetto” che consente ad una coppia di beneficiare di alcuni diritti e di regolare determinati aspetti di natura patrimoniale.
E’ bene tenere presente, tuttavia, che chi opterà per la disciplina prevista per i conviventi di fatto non acquisirà tutti i diritti ed i doveri previsti in caso di unione civile (qualora trattasi di coppia omossessuale) o di matrimonio (qualora trattasi di coppia eterosessuale): i conviventi di fatto potranno regolare diversi aspetti del loro rapporto (come vedremo tra poco) ma non potranno paragonarsi (quanto meno da un punto di vista giuridico) ad una coppia unita civilmente o sposata.
Analizziamo quindi le principali novità introdotte dalla Legge Cirinnà.

L’UNIONE CIVILE
L’unione civile può essere costituita tra due persone dello stesso sesso di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni, purchè non ricorra una delle cause impeditive previste dalla legge (che in sostanza richiama quelle già previste per il matrimonio).
L’atto verrà registrato nell’archivio dello stato civile, garantendo la piena pubblicità del vincolo: l'unione civile tra persone dello stesso sesso sarà quindi certificata dal relativo documento attestante la costituzione dell'unione, documento che dovrà contenere i dati anagrafici delle parti, l'indicazione del loro regime patrimoniale e della loro residenza, oltre ai dati anagrafici e la residenza dei testimoni.
Le parti potranno stabilire di assumere un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi e potranno anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome.
Proprio come nel matrimonio, a seguito della costituzione dell’unione civile le parti assumono l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale ed alla coabitazione (inspiegabilmente, non è stato previsto l’obbligo di fedeltà).
Entrambe le parti saranno tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.
Anche il regime patrimoniale è analogo a quello previsto nel matrimonio, sicchè, in mancanza di diversa convenzione, si applicherà la comunione dei beni.
Dall’instaurazione dell’unione civile discendono molti aspetti rilevanti dal punto di vista patrimoniale: basti pensare che, in caso di decesso di una delle persone formanti la coppia, nasceranno in capo al superstite il diritto a ricevere la pensione di reversibilità (proprio come avviene nell’ambito del matrimonio) nonché veri e propri diritti ereditari.
Per quanto concerne lo scioglimento, la nuova legge introduce per le unioni civili il “divorzio immediato” (cioè non preceduto dalla separazione) a cui i partner potranno accedere in via giudiziaria o con la negoziazione assistita almeno tre mesi dopo aver manifestato all’ufficiale di stato civile l’intenzione di sciogliere il loro vincolo.

LE CONVIVENZE DI FATTO
Secondo quanto previsto dalla Legge “Cirinnà”, “conviventi di fatto” sono due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile.
I principali aspetti che connotano i “conviventi di fatto” sono i seguenti:
- essi hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall'ordinamento penitenziario (es. diritto di visita al compagno detenuto);
- in caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali, secondo le regole di organizzazione delle strutture ospedaliere o di assistenza pubbliche, private o convenzionate, previste per i coniugi e i familiari.
Ciascun convivente di fatto, inoltre, potrà designare l'altro (osservando le forme prescritte dalla legge) quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati:
a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute;
b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.
Al convivente di fatto spetteranno inoltre specifici diritti sia in relazione alla casa di residenza che in ordine all’impresa familiare.
Come anticipato all’inizio, i conviventi di fatto potranno disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza che, per essere valido, dovrà essere redatto in forma scritta, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestino la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.
Tale contratto (che dovrà essere trasmesso al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe) potrà contenere:
a) l’indicazione della residenza;
b) le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione
alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo;
c) il regime patrimoniale della comunione dei beni, di cui alla sezione III del capoVI del titolo VI del libro primo del codice civile.
Gli accordi, in ogni caso, potranno essere modificati ed il contratto stesso si scioglierà in caso di avveramento di una delle condizioni specificamente previste dalla legge, ossia: accordo delle parti, recesso unilaterale, matrimonio o unione civile tra i due conviventi o tra uno di essi ed un’altra persona, morte di uno dei due contraenti.
Va tenuto ben presente che, in caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice potrà stabilire il diritto del convivente di ricevere gli alimenti dall'altro convivente, qualora il primo versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.

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AMMESSA LA TRASCRIZIONE NEI REGISTRI DELLO STATO CIVILE DELL’ATTO DI NASCITA DI UN FIGLIO GENERATO DA DUE DONNE

Corte di Cassazione – Sezione I Civile – Sentenza 21 giugno – 30 settembre 2016 n. 19599

“Il riconoscimento e la trascrizione, nei registri dello stato civile italiani, di un atto straniero validamente formato in Spagna, nel quale risulti la nascita di un figlio da due donne – in particolare da una donna italiana (indicata come “madre B”) che ha donato l’ovulo a una donna spagnola (indicata come “madre A”) che l’ha partorito, nell’ambito di un progetto genitoriale realizzato dalla coppia coniugata in quel Paese – non contrastano con l’ordine pubblico per il solo fatto che il legislatore nazionale non preveda o vieti il verificarsi di una simile fattispecie sul territorio italiano, dovendosi avere riguardo al principio, di rilevanza costituzionale primaria, dell’interesse superiore del minore, che si sostanzia nel suo diritto alla continuità dello status filiationis, validamente acquisito all’estero (nella specie, in un altro Paese della UE).

L’atto di nascita straniero (valido, nella specie, sulla base di una legge in vigore in un altro Paese della UE), da cui risulti la nascita di un figlio da due madri (per avere l’una donato l’ovulo e l’altra partorito), non contrasta di per sé con l’ordine pubblico per il fatto che la tecnica procreativa utilizzata non sia riconosciuta nell’ordinamento italiano dalla legge n. 40 del 2004, la quale rappresenta una delle possibili modalità di attuazione del potere regolatorio attribuito al legislatore ordinario su una materia, pur eticamente sensibile e di rilevanza costituzionale, sulla quale le scelte legislative non sono costituzionalmente obbligate”.

 

La vicenda esaminata dalla Suprema Corte ha come protagoniste due donne e un bambino: la “madre A” (secondo la definizione della sentenza), spagnola, lo ha partorito; la “madre B”, italiana, è genitore genetico, avendo donato gli ovuli per il concepimento mediante procreazione medicalmente assistita.

Le donne si erano sposate in Spagna, Paese che riconosce entrambe quali madri del minore; successivamente avevano divorziato consensualmente, accordandosi per l’affidamento congiunto del bambino. Le donne avevano quindi chiesto la trascrizione dell’atto di nascita in Italia, ma l’ufficiale di stato civile si era rifiutato adducendo ragioni di ordine pubblico. Il Tribunale di Torino aveva confermato la decisione amministrativa, sottolineando la contrarietà all’ordine pubblico della richiesta di trascrizione dell’atto di nascita formato in Spagna; le due donne hanno però proposto reclamo alla Corte d’appello che, accogliendo l’impugnazione, ha ordinato all’ufficiale dello stato civile di trascrivere l’atto di nascita del minore. Contro tale ultima decisione hanno presentato ricorso per Cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte torinese e il ministro dell’interno.

La Cassazione, dunque, si è posta la seguente questione: è consentita o contrasta con l’ordine pubblico la trascrizione in Italia di un atto, formato in un altro Paese, relativo alla nascita di un bambino che risulti figlio di due donne coniugate in quello stesso Paese?

Ebbene, a detta della Corte di Cassazione, il mancato riconoscimento in Italia del rapporto di filiazione (legalmente e pacificamente esistente in Spagna) tra il bambino e la madre italiana “determinerebbe una incertezza giuridica che influirebbe negativamente sulla definizione dell’identità personale del minore”: infatti, il bambino non potrebbe acquisire la cittadinanza italiana e i diritti ereditari, né circolare liberamente nel territorio italiano ed essere rappresentato dal genitore nei rapporti con le istituzioni italiane.

Secondo la Cassazione, dunque, il riferimento all’ordine pubblico non può essere preso come una carta bianca che giustifichi qualsiasi misura, in quanto l’obbligo di tenere in considerazione l’interesse superiore del minore incombe allo Stato indipendentemente dalla natura del legame genitoriale, genetico o di altro tipo. In conclusione, non si può ricorrere alla nozione di ordine pubblico per negare al bambino il suo legittimo status di figlio della “madre B”: l’interesse del minore, di rilievo costituzionale, è quindi prevalente e giustifica la trascrizione dell’atto di nascita in Italia .

 

Contatti

CASSINA AVV. ANNA MARIA

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